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Trattato di libero scambio o trionfo del laissez faire


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Trattato di libero scambio o trionfo del laissez faire

16 lug 2014 di Stefano Spillare !functiond,s,id var js,fjs=d.getElementsByTagNames[0],p=/^http:/.testd.location?'http':'httpsif!d.getElementByIdid js=d.createElements;js.id=id;js.src=p+"://platform.twitter.com/widgets.js";fjs.parentNode.insertBeforejs,fjs;

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Europa e Stati Uniti d’America, già alleati militari e buoni partner economici, vogliono definitivamente ritrovare l’armonia perduta con la guerra di secessione e rilanciare gli scambi commerciali senza più intralci burocratici di nessun tipo.
Il cosiddetto Trattato di Libero Scambio TTIP o Transatlantic Trade and Investment Partnership tra le due sponde dell’Atlantico, che dovrebbe essere siglato a fine 2014, intende infatti creare la più grande zona di libero scambio del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, un terzo del commercio globale e quasi la metà del prodotto mondiale lordo PIL.

La globalizzazione economica, d’altronde, galoppa. I singoli Stati nazionali da soli stentano a stare al passo e perdono competitività internazionale rispetto a giganti emergenti come Cina, India, Brasile, ecc. L’Unione Europea – e in maniera ancora più stringente la cosiddetta “zona euro” a moneta comune – vuole rappresentare un baluardo sul panorama globale. Come testimoniano gli attriti tra Europa e Russia in merito alla questione Ucraina, conta molto di più allargare la propria influenza che costituire aree culturali, linguistiche o tradizionalmente omogenee. Ogni nuova o vecchia potenza economica e politica vuole assicurarsi aree di influenza commerciale ed economica tali da reggere la competizione globale.

Cavilli, orpelli burocratici, ma anche questioni legali o addirittura di principio rischiano di essere considerati inutili legacci, meri ostacoli da abbattere in virtù del più tradizionale e bieco laissez faire.

Anche l’Europa, che nelle teorizzazioni di studiosi come Ulrich Beck poteva rappresentare l’ideale della nuova organizzazione transnazionale e cosmopolita dei vecchi Stati, la sola capace di ridare forza e sostanza ad una politica depotenziata dalla globalizzazione, sembra orientare sempre di più le proprie scelte in virtù di considerazioni meramente economiche.

Cresce quindi, da parte di innumerevoli associazioni e organizzazioni di “alter-economia” preoccupazione in merito al fatto che il TTIP possa addirittura danneggiare i passi in avanti fatti finora nella direzione di dare una forma diversa all’economia in direzione maggiormente sostenibile.

A lanciare l’allarme in maniera chiara ed efficace è ad esempio l’Associazione Italiana Agricoltura Biologica AIAB la quale, assieme ad altre 20 associazioni e in occasione del semestre di presidenza europea dell’Italia, ha diffuso una dichiarazione congiunta che afferma: “Il Trattato è molto di più di una semplice trattativa commerciale: con l’alibi di omogeneizzare le normative mette a repentaglio una serie di diritti inalienabili sanciti formalmente nelle convenzioni europee e internazionali, offrendo in pasto alle multinazionali una bella fetta di mondo. Per questo chiediamo al governo italiano di opporsi a questo accordo che è peraltro oggetto di negoziati volutamente segreti. E di fare in fretta”.

I punti critici del trattato individuati da AIAB e le altre associazioni di categoria, si possono così riassumere:

Sicurezza alimentare: le norme europee su pesticidi, Ogm, carne agli ormoni e più in generale sulla qualità degli alimenti, più restrittive di quelle americane e internazionali, potrebbero essere condannate come “barriere commerciali illegali”.

Acqua ed energia: sono settori a rischio privatizzazione. Tutte quelle comunità che si dovessero opporre potrebbero essere accusate di distorsione del mercato.

Servizi pubblici: il TTIP limiterebbe il potere degli Stati nell’organizzare i servizi pubblici come la sanità, i trasporti, l’istruzione, i servizi idrici, educativi e metterebbe a rischio l’accesso per tutti a tali servizi a vantaggio di una privatizzazione che rischia di escludere i meno privilegiati.

Diritti del lavoro: la legislazione sul lavoro, già drasticamente deregolamentata dalle politiche di austerity dell’Unione Europea, verrebbe ulteriormente attaccata in quanto potrebbe essere considerata “barriera non tariffaria” da rimuovere.

Finanza: il trattato comporterebbe l’impossibilità di qualsivoglia controllo sui movimenti di capitali e sulla speculazione bancaria e finanziaria.

Brevetti e proprietà intellettuale: la difesa dei diritti di proprietà delle imprese sui brevetti metterebbe a rischio la disponibilità di beni essenziali, quali ad esempio i medicinali generici. Così come la difesa dei diritti di proprietà intellettuale può limitare la diffusione della conoscenza e delle espressioni artistiche.

Gas di scisto: il fracking, già bandito in Francia per rischi ambientali, potrebbe diventare una pratica tutelata dal diritto. Le compagnie estrattive interessate a operare in questo settore potrebbero chiedere risarcimenti agli Stati che ne impediscono l’utilizzo. In questo modo si violerebbe il principio di precauzione sancito dall’Unione Europea, incentivando iniziative economiche che mettono in pericolo la salute umana, animale e vegetale, nonché la protezione dell’ambiente.

Libertà e internet: i giganti della rete cercherebbero di indebolire le normative europee di protezione dei dati personali per ridurli al livello quasi inesistente degli Stati Uniti, autorizzando in questo modo un accesso incontrastato alla privacy dei cittadini da parte delle imprese private.

Democrazia: il trattato impedirebbe qualsiasi possibilità di scelta autonoma degli Stati in campo economico, sociale, ambientale, provocando la più completa esautorazione di ogni intervento da parte degli enti locali.

Biocombustibili: il TTIP attraverso l’armonizzazione delle normative europee in ambito energetico, incentiverebbe l’importazione di biomasse americane che non rispettano i limiti minimi di emissione di gas a effetto serra e altri criteri di sostenibilità ambientale.

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